(Splinder comincia a mostrare delle defaillances, non si vedono i commenti, non si leggono i post, se ci sono doppioni mi scuso, li toglierò in giornata.
Lo so, una sintassi più semplice aiuterebbe nella lettura, ma mi sarei divertita, io?
Forse adesso, dopo il bagno nella rete, ma durante la prima guerra del golfo la rete manco sapevo cos'era.)
E adesso?
In piedi sotto il lampione, il cotone nero della giacca che aderiva sempre più strettamente al corpo sudato, stordito dall’immobilità cui il giovane ammiratore della figlia l’aveva costretto, sorpreso di essere stato liquidato così, fallita in pochi minuti un’azione preparata da tempo con astuzia e lungimiranza, il professore si sentì battuto.
E ora l’oggetto di tanta fatica, quello sciocco ragazzo, dopo averlo quasi offeso per inanità mondana, non aveva trovato altro modo per risolvere la questione che andarsene, lasciandolo lì. E al pensiero di quanta preparazione tutto questo gli fosse costato, il professore si arrese, alzò un braccio sudato e gridò: «Ernesto, ragazzo mio, devo parlarle!» verso la magra silhouette del regista che si allontanava all’orizzonte mentre lo scirocco gli gonfiava le falde della giacca.
E l’Ernesto cedette.
Trattenne sì per un attimo il passo, come uno che si chieda, era una voce quella? Poi tese il piede in avanti, la testa si raddrizzò, no, sembrava dire, non mi chiama nessuno, ma in quell’attimo stesso, quando il professore stava per rinunciare, l’Ernesto si girò tutto intero e a passo elastico tornò verso di lui e con sguardo limpido affrontò quello opaco dell’altro e chiese crudelemente: «Le serve qualcosa?»
Cosa si poteva rispondere? Come si poteva affrontare una domanda così esplicita, priva affatto di delicatezza? Come sempre. Non era stato in Africa, lui, non aveva dormito avvolto in una coperta a fianco del suo boy, mangiando datteri, bevendo in pozze fangose? Avrebbe risposto come allora, con coraggio e disprezzo delle convenzioni. Altri, non lui, potevano considerare il riserbo una dote da gentiluomini, i veramente grandi non hanno delicatezza, neppure verso se stessi.
«Sì» rispose guardandolo in faccia. «Ho lungamente riflettuto sulle mie responsabilità. Penso di dover partecipare al vostro progetto teatrale.»
L’Ernesto però, esaltato dal Fornasetti e da quella seconda vittoria, mostrò il lato peggiore di sé e chinandosi verso di lui disse:
«Non occorre che si giustifichi, sa, professore, vedrò cosa posso fare. Mi telefoni tra un paio di giorni e le saprò dire. E adesso vada a casa, star fuori la sera con quest’umido non è mica prudente.»
E presolo per le spalle lo girò quasi, a mano, come si avvia una paperetta a molla, e rimase a guardarlo mentre l’altro affrontava turbato i marciapiedi a casaccio, alla pallida luce dei lampioni. Eh insomma! L’altra guancia va bene, ma se si porge sempre è un gesto che perde significato.
Intanto il professore, rosso in faccia per l’emozione, palpitante ancora per l’umiliazione, senza accorgersi di niente barcollava verso casa.
«Attento!» gli gridò dietro il regista perché un furgoncino sterzava a destra e a sinistra per evitarlo. Mica poteva perderlo adesso pensava, un femore rotto e addio, sarebbero passati mesi e alla sua età poteva anche morirgli così, all’improvviso, e chi gli avrebbe creduto? Nessuno, ci volevano prove, viventi.
E l’Alda? Al solo pensarci rise di gioia. Telefonarle? Precipitarsi dal pianista? Passare dall’Agnese non era il caso, l’Agnese era una questione delicata.
Sarebbero tornati all’idea originaria, pensava, avrebbero messo in scena anche il Tasso approfittando dell’autorevolezza del professore. Vero che non si era mosso per questo, ma aveva parlato di responsabilità e ce n’è forse una più alta di quella che abbiamo tutti verso la nostra cultura, le nostre tradizioni, la sintesi tra la grande tradizione italiana e l’altezza dell’arte tedesca? Anche se il professore non sapeva che alla radice del progetto c’era il Tasso di Goethe, il solo parlare di responsabilità lasciava intendere che su quella via si sarebbe potuto ottenere molto da lui.
Una nuova felice irrequietezza lo spinse davanti alla porta del pianista, a quella dell’Alda, lo portò a camminare nel buio senza badare alla strada, oltre le case, verso i campi. I grilli frinivano, i pipistrelli sfrecciavano bassi intorno ai lampioni, l’odore del fieno si mescolava a un vago, confortante odore di stalla, sentì le rane, vide le lucciole, fu travolto dai ricordi, li respinse indirizzando l’animo a un futuro migliore, i cani gli abbaiarono contro, persino un mulo ragliò nella notte, disturbato da tanta solitaria passione, e quando senza neppure cercarla ritrovò la porta di casa, all’improvviso capì che tutto era stato solo un abbaglio. Li vide fianco a fianco, il professore e il Fornasetti. Uno vicino all’altro sul palco, entrambi preda della vanità, entrambi irati. Quale dei due avrebbe rinunciato a parlare di sé? E se anche, con astuzia e lungimiranza, lui avesse condotto le cose in modo da avere nei loro confronti un credito morale, se in cambio della sua mediazione o addirittura della sua guida avesse potuto ottenere un avallo culturale dall’uno e un finanziamento dall’altro, una promessa per il futuro, se anche separatamente avesse potuto farsene degli alleati, anche così mai, mai avrebbe potuto ottenere un risultato, infatti se entrambi lo avevano cercato, era solo perché né l’uno né l’altro provava qualcosa nei suoi confronti, ma loro due tra di loro, si odiavano. E forse ignoravano la presenza in teatro l’uno dell’altro, e se non la ignoravano non dubitavano certo di poter prevalere l’uno sull’altro. E cosa avrebbe potuto lui, di fronte a questo?
Entrò inciampando, senza accendere la luce, sbatté il ginocchio nel portaombrelli, incespicò lungo le scale e si buttò sul letto vestito, affranto, desideroso di emigrare.
Convinto di non poter dormire, sognò invece sogni crudeli, vedeva il Tasso, seduto in riva a un fiumiciattolo, il mento appoggiato alla mano, gli occhi fissi nel vuoto, e mentre lui gli si avvicinava, sollevava il capo. «Ernesto, Ernesto» gli diceva e scuoteva malinconicamente la testa e quando lui cercava di avvicinarsi, per spiegare, spiegarsi, il poeta si alzava e con le spalle curve si allontanava verso Antonio in attesa. Un poeta che si aggrappa a un uomo di stato e non a un fratello. E bene faceva, a che gli era servito, lui?