sabato, 17 maggio 2008
Dice (tra l’altro)  Baselitz in un’intervista pubblicata nell’ultimo venerdì di Repubblica (16 maggio 2008):

“… non credo che l’arte sia in grado di cambiare la società. L’arte è un sistema che dialoga esclusivamente con se stesso. I quadri possono solo sostituire i quadri già esistenti”

E allora perché Baselitz provoca di continuo?

“Per farmi notare. Il pittore non è come il violinista, che emerge se suona meglio degli altri: attira l’attenzione se crea qualcosa di sorprendente, che disturba. Solo così si distingue dalla massa. E vince sul mercato dell’arte. Di recente è andato all’asta un meraviglioso Cranach per 8 milioni di euro. E un Jeff Koons per più di 15. Questo vuol dire vincere. Nell’arte tutto si misura con il successo economico”


Anche spogliate della loro provocatorietà, con queste affermazioni bisogna fare i conti.
E non credo che un nuovo Lutero possa emendare questa Chiesa dal mercimonio delle indulgenze.

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lunedì, 12 maggio 2008
Di solito è una pratica che non mi convince, ma visto che cinque minuti fa mi sono imbattuta in questa frase:

"Non bisogna più essere cosmopoliti."

ho pensato che - visto che l'ha detta Hitler - è il male in sé e posso permettermi il lusso di semplificare e sostenere il contrario:

"Bisogna tornare a essere cosmopoliti" (se mai qualcuno avesse qualche propensione al paesello, altrimenti detto sangue e suolo, e a una "sana" identità, magari della razza Piave).

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domenica, 11 maggio 2008
Non avevo forse voluto questa solitudine? Certo, cani, che l'avevo voluta, ma non per finire così, per arrivare invece dall'altra parte, nel mondo della verità uscendo da questo mondo di menzogna, dove non c'è nessuno dal quale la verità si possa sapere, nemmeno da me che  sto di casa nella menzogna.
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sabato, 10 maggio 2008
Ho comprato La deriva, di Stella e Rizzo, perché sono masochista.
Ho comprato Adam Smith a Pechino, di Giovanni Arrighi, perché sono curiosa.
Ho comprato La paura e la speranza di Giulio Tremonti, perché sono tramortita.
Il risultato delle elezioni mi ha lasciato catatonica, afasica, demotivata.
Mi sembra di aver saputo tutto fin dall’inizio e di aver voluto sperare contro ogni ragione di speranza.
Se sapessi ricamare, ricamerei.
Se avessi il pollice verde curerei i fiori.
Se ci fosse una cosa tra quelle che so fare che  richiedesse precisione e concentrazione, che ne so, glassare le torte, glasserei migliaia di torte.
Sono sicura che mi farebbe bene.
Oggi ho letto che secondo Tremonti a pagare i conti saranno le banche e i petrolieri, ma ci fa così scemi?
Davvero, la cosa che più mi innervosisce è che mi prendano per scema.
Sono impotente, questo sì, ma così scema, no.
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lunedì, 05 maggio 2008
                                     http://www.cuisineetvinsdefrance.com/gif/recettelarge/899.jpg


Peccato che sia nato in marzo, ero convinta che fossimo compagni di mese, visto il suo amore per le animelle, ce ne sono ben 26 ricette, copio la più piena di colesterolo e perciò la più consolante e confortante.

ANIMELLE ALLA CREMA: tagliare a trance molto fini 4 animelle dopo averle lasciate spurgare in acqua con un po’ di limone. Disporle in una padella e metterla sul fuoco alto; poi abbassare la fiamma e lasciare cuocere a fuoco lento. Tolte dal fuoco, aggiungere 1 dl di panna. Accompagnarle con una salsa mousseline a parte.

E’ scarna, come ricetta, io consiglio di rosolarle nel burro, come prima mossa, e spruzzarle appena di cognac.
E mi convince poco l’idea di farle spurgare in acqua con il limone, c’è  poco da spurgare, solo da imbianchire in acqua ben fredda, ma se Perec vi convince più di me, sciacquatele bene, prima di metterle in padella, che non resti l’acido del limone.
Sempre che riusciate a trovarle.

Ci sarebbero molte cose da dire su questo paese e quello che gli è successo, non ne ho le forze, ascolto e medito, il cibo è solo il conforto che l’amante deluso cerca alla solitudine e infelicità, come dire… mi ritiro nella torre di animelle.

(G. Perec, idem come sotto)

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venerdì, 02 maggio 2008
R) Utopie

Tutte le utopie sono deprimenti perché non lasciano spazio al caso, alla differenza, ai “diversi”.
Tutto è messo in ordine e l’ordine regna.
Dietro a ogni utopia c’è sempre un grande disegno tassonomico: un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto



(G. Perec, Pensare/classificare. Rizzoli 1989)
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giovedì, 27 marzo 2008
C'è un tempo per ogni cosa


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giovedì, 20 marzo 2008
... mi prende sempre, quando non riesco a fare del blog qualcosa di sensato.
E ultimamente non ci riesco, perché ho la testa altrove, o perché le esperienze si consumano.
Perciò mi prendo un altro momento di pausa, non so quanto lungo.
Sospendo anche il postaggio del fogliettone, se i sei che avevano manifestato la loro disponibilità a leggerlo fossero veramente disperati, all'idea di non sapere come andrà a finire, potrei magari mandarglielo per mail.
Ma di questa disperazione dovrei aver prove certe, ampolle di lacrime, dimagrimento, ansia notturna...
In caso contrario il regista resterà chiuso nella scatola fino a nuovo ordine, o al ripristino dello spirito fattivo della postante.
Vi saluto, a rileggerci prima o poi.
Sempre vostra
 Alcor
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mercoledì, 19 marzo 2008
Si passa un po’ di tempo con un critico e non c’è niente da fare, vien voglia di dargli ragione.
E quanto più forte la sua capacità retorica e il suo fascino personale, tanto più è convincente.
Si è desiderosi di essere d’accordo con quella persona intelligente con cui si è passato del tempo. Si sa che al giudizio concorrono tante cose e si vorrebbe vedere quali sono quelle che hanno concorso al giudizio dell’altro.
Si ha voglia di cavarne qualcosa, di credergli.
Gli si crede.
E così si torna a casa e si riprende quel testo che non ci ha detto niente, o poco, e lo si rilegge dicendosi, adesso vedrò quello che non avevo visto prima.
Del resto si è pur imparato ad ascoltare quello che prima non si sentiva, guidati dall’intelligenza analitica di un musicologo, e si spera che la stessa cosa valga per le parole.
Ma si continua a non vedere.
Sarà perché si è ottusi, si pensa, sarà perché si ha un’altra storia.
O sarà per colpa delle parole, che sono uno strumento spurio, così mescolato alla vita che è quasi impossibile non mescolarci la propria.
E così si tornerà a passare del tempo con quel critico, con lo stesso piacere, ma non gli si crede.

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martedì, 18 marzo 2008
            http://www.savetherabbit.net/IMAGES/tibet1.jpg
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lunedì, 17 marzo 2008
                               L'immagine “http://www.creafarma.ch/pics-salute/grippe.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.

Non so se è proprio questo che mi dà filo da torcere, o un suo parente, ma chiunque sia, ce la sta mettendo tutta ed è molto più in forma di me.
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domenica, 16 marzo 2008
Il gran giorno non arrivò così, all’improvviso. Ci furono incontri, silenzi. Ci si chiedeva come parlarne di fronte all’Agnese, ci si chiedeva cosa sapesse, cosa avesse intuito. E che dire al Fornasetti? E cosa soprattutto a lui, al professore, essendosi Francesco Maria reso conto che non tutte le inquietudini del regista dipendevano dalla sua umana fragilità?
Solo l’Alda era ammessa agli incontri, ma taceva perché l’eventualità di una partecipazione del professore l’ammutoliva.
 Già il suo silenzio tuttavia e l’esclusione forzata dell’Agnese, almeno in quella fase, e l’obbligo a un’improvvisa e imprevista prudenza, faceva nascere in loro la consapevolezza di nuove incrinature e difficoltà.
 Francesco Maria propendeva per due incontri successivi del solo regista con i protagonisti, con il suo sostegno e appoggio morale, anzi, con un canovaccio rigidissimo e da lui stesso preparato. Sosteneva che l’Ernesto aveva un vantaggio tattico e non andava perduto.
«Sarò con te, Ernesto, dietro alle quinte, ma è te che hanno cercato. E bisogna pur dirglielo che c’è anche l’altro. Bisogna fargli capire che uno spettacolo del genere con una persona sola non va, non funziona. Che senso avrebbe?»
Insisteva molto, il pianista, sulla sostanza squisitamente strutturale della questione, non voleva essere frainteso. E cosa avrebbero fatto, doveva dire l’Ernesto al ragioniere, dieci repliche della sola Serata Fornasetti? E il ragioniere avrebbe retto lo sforzo? Soprattutto adesso che la moglie cominciava a sostituirlo in ufficio, rendendolo inquieto?
Doveva proporgli invece un’unica rappresentazione, una specie di serata d’onore, con schermi giganti in piazza, un evento. Era più semplice, più efficace anche, ché il troppo stroppia.
E se avessero potuto convincere il professore a una supervisione della Serata Fornasetti prima di ideare la propria? Convincerlo dell’utilità di buttare il ragioniere allo sbaraglio prima di esibirsi lui stesso, in modo da correggere con la sua più raffinata capacità le fragilità dell’evento e le impressioni caso mai negative del pubblico?    
E se invece il Fornasetti avesse avuto uno strepitoso successo? Avrebbe accettato la sfida, Benassi? O si sarebbe ritirato nell’orto?
L’Alda si affezionò alla seconda possibilità. Perché fasciarsi la testa prima di rompersela, disse, facciamo un passo alla volta, e se poi il professore avesse rinunciato, che male c’era? Non avevano già deciso una volta di fare a meno di lui?
Ingenua bambina, le spiegava il pianista, prima si poteva, adesso non più. L’ideale sarebbe stato cominciare con il professore, ma avrebbero perso il Fornasetti, si sarebbe offeso, e a ragione.
E accetterà il Fornasetti di essere supervisionato?
«Qui salti fuori tu, Ernesto mio, tu solo puoi farcela, giocateli, sii astuto!» e il pianista eccitava l’Ernesto al successo.
Tutto era in mano sua, gli diceva, come aveva potuto pensare che non fosse così? E proprio perché  aveva ambizioni più alte e praticava il distacco, aveva quasi una misteriosa autorevolezza. Non bisogna cercarle, le cose, è allora che arrivano, spontaneamente, da sé. Se uno le cerca, si sente prima o poi la fatica, lo sforzo, ma lui pian piano si stava facendo un’immagine di persona disinteressata, superiore alla mischia. E non era così?
L’Alda taceva. Era alle prese con un’anatra, trenta centimetri per sessanta, un maschio su sfondo azzurro, con qualche striatura di bianco nel cielo, ma ancora non aveva deciso se era un’anatra in volo o muta sulla sponda di un laghetto. Voleva regalarla al Fornasetti, che ne facesse un cuscino per il divano.
L’Ernesto, puntellato nella fiducia in se stesso dall’inesausto lavorio del pianista e dal tempo, che sana, riprese la via di casa Benassi, solo questa volta, e non sapeva se esserne sollevato o inquieto. L’Agnese, per prudenza, non era stata informata.

                       
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categoria:feuilleton
sabato, 15 marzo 2008
(E' molto opportuna, la parte catastrofica che segue, l'aspetto del regista qui sotto descritto è molto simile al mio, che ho passato la notte alternando bicchieri di tachipirina a cucchiai  di sciroppo per la tosse. E pensare che mi ero fatta il vaccino. Adesso sono incerta se dire, il vaccino non serve, oppure, se non avessi fatto il vaccino mi avrebbero ricoverata in ospedale. Vi saluto e torno strisciando al mio letto di dolore)

Fu così che lo trovò la mattina dopo il pianista. Steso sul letto, affranto, sprofondato in una malinconia che lo ammutoliva, l’aria di uno che non si lava da settimane, una rovina come solo gli anni riescono a provocare.
«Ernesto, stai male?»L’Ernesto non rispose, non lo guardò neppure. «Ernesto, hai mangiato qualcosa? Funghi? Vuoi che chiami il dottore? Chiamo l’Alda?»
«Sto bene» sussurrò il regista.
«Hai bevuto?»
L’Ernesto fece cenno di no.
«Guarda che devi venire in teatro, il Fornasetti mi ha telefonato, dice che non va avanti se non ci sei anche tu. È una buona notizia, no?» disse vivace Francesco Maria cercando di fargli coraggio.
«Tutto inutile» sussurrò il regista, e una lacrima gli scese lenta verso il cuscino.
Ogni cosa in lui si scioglieva, pensiero, volontà, parole, tutto colava via e invece di lasciarlo più sottile quel vuoto gli gonfiava la faccia, gli rendeva ottusa la lingua. Guardate cosa resta di me, sembrava dire il suo corpo abbandonato, chiunque è migliore, più fortunato, più amato. Solo il corpo in qualche modo parlava, l’anima cercava scampo nel riquadro della finestra, verso il pallido cielo di Fara, voleva sciogliersi nell’avvilimento.
Ma al pianista non piacevano le depressioni, non le capiva proprio. E come, sembrava dire, con tutto questo ben di dio, cose da fare, gente da vedere, uno si perde in malinconie? Ne valeva la pena forse? E poi, che ragione c’era?
«A tutto c’è rimedio, caro mio, devi fare uno sforzo, chi si arrende è perduto. Io, Ernesto mio, proprio non ti capisco» e a quel «mio» l’Ernesto si commuoveva ancora di più perché gli faceva intendere la vanità di ogni affetto, l’ingannevole facilità con cui si fingono i sentimenti.
«Tutto va per il meglio e tu piangi?» continuava il pianista. «Sei un uomo o cosa? Ma io so cos’è, donna danno, ecco il tuo caso, è questo, no? Chi è lei? La conosco? Ma se son rose fioriranno, ha da passà ‘a nuttata, vedrai, non abbatterti. Ma adesso basta, è meglio che tu ti lavi, ti vesta.»
Inebriato dalla propria sagacia, il pianista diffondeva secolare saggezza intorno a sé. Credeva nelle parole lui, nel potere della ragione.
«Mettiamoci intorno a un tavolo e parliamo, cosa c’è che non va?»
E così, piano piano, tra un proverbio e l’altro, con la pazienza e la tenacia del costruttore cui nulla sembra irrilevante, il pianista cavò fuori dall’Ernesto il doloroso resoconto delle sue vittorie.
«Ma è meraviglioso!» diceva. «E tu piangi? Ernesto mio, non ti rendi conto, li abbiamo! Cultura e denaro assieme, e vuoi che non sappiamo giocarceli? Ma è una cosa da ragazzini!»
«Tu non capisci» rispondeva l’Ernesto, affossato ancora tra i guanciali, meno che mai interessato alle  strategie del pianista.
«E come non capisco» replicava l’altro ostinato, «capisco invece benissimo, sei tu che per qualche ragione non vuoi farlo. Mi farai arrabbiare» aggiunse infine, come si fa con i bambini quando ogni altro mezzo è fallito. E come i bambini, l’Ernesto rimase indifferente alla minaccia. Voleva soltanto che se ne andasse e lo lasciasse finalmente in pace con le sue lacrime e la sua desolazione.
Ma se c’era qualcosa che lo faceva veramente diverso dal pianista non era la mancanza d’astuzia, ché in fondo persino lui aveva mostrato d’averne, anche se poi non era riuscito a trarne vantaggio, ma l’assenza di spirito pratico. Pur credendo nelle parole, pur fidando nella ragione, il pianista era convinto che quando ci vuole ci vuole e fatto un passo verso di lui lo prese saldamente per un braccio e la sua decisione, perché altrimenti nonostante lo scarso peso del regista non ce l’avrebbe fatta, operò con tale  efficacia sull’Ernesto che quasi levitando si alzò dal letto e pur disciolto ormai in lacrime e borboglio lo seguì verso il bagno e collaborò mentre l’altro lo spogliava e lo cacciava sotto la doccia, girandogli solo per un istintivo gesto di pudore le magre scapole e questo fece ben sperare il pianista perché un depresso vero, pensava giustamente, ha altre preoccupazioni.

La medicina di Francesco Maria fu di natura leggera, una pressioncina qui, un colpetto dall’altra parte, quasi un placebo che operò con discrezione su un essere poco abituato alle intense relazioni umane come l’Ernesto che pur temendole, o proprio per questo, ne aveva redatto una dettagliatissima mappa teorica ma era privo di esperienza sul campo.
Francesco Maria attraversava la strada prima di lui, alzava il braccio autorevolmente verso la Simca del macellaio, ché lo lasciasse passare, ordinava «un cappuccino per il nostro amico qui» e il barista, risparmiandogli persino gli accenni ai soldi del nonno, faceva arrivare sul banco un cappuccino non troppo bollente, con una schiuma morbida, a minutissime perle, una crema sulla quale spruzzava non richiesto persino quel velo di cacao che il regista gli chiedeva invano da tempo.
Fu come un tutore per lui, anzi, come la madre di cui era orfano da anni.
Nel lungo, lento, polveroso percorso che li portò a teatro in anticipo sugli altri, per poter parlare ancora e chiarirsi le idee prima di affrontare i problemi, il pianista blandì e promise, rafforzò ed educò, ridestò vecchi orgogli e desideri di rivincita, spazzò via con un colpo ben assestato della mano grassoccia qualche tendenza a una visione esclusivamente spirituale del mondo e puntellò invece l’ambizione mondana, comprensivo, affettuoso, tenero quasi, come una fidanzata. Avrebbe avuto il plauso ammirato di ogni terapeuta.
Vero è che il soggetto si prestava.
Quando arrivarono al cancello del patronato l’Ernesto aveva sì un’aria ancora un poco molle, un abbandono di fanciulla, ma già un sentimento di  pace si faceva strada in lui, preludio a un incontro se non immediatamente produttivo almeno interlocutorio con il Fornasetti, avevano infatti deciso di lasciar rosolare ancora per un paio di giorni il professore sulla gratella dell’ambizione, prima di mangiarselo, e contavano sulla prudenza del Fornasetti per non accelerare una richiesta che l’Ernesto non era ancora pronto a soddisfare.
«Ha passato una nottataccia» disse il pianista a tutti, indicando le spalle chine e il colorito del regista, «ma adesso sta meglio.»
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categoria:feuilleton
venerdì, 14 marzo 2008
(Splinder comincia a mostrare delle defaillances, non si vedono i commenti, non si leggono i post, se ci sono doppioni mi scuso, li toglierò in giornata.
Lo so, una sintassi più semplice aiuterebbe nella lettura, ma mi sarei divertita, io?
Forse adesso, dopo il bagno nella rete, ma durante la prima guerra del golfo la rete manco sapevo cos'era.)

E adesso?

In piedi sotto il lampione, il cotone nero della giacca che aderiva sempre più strettamente al corpo sudato, stordito dall’immobilità cui il giovane ammiratore della figlia l’aveva costretto, sorpreso di essere stato liquidato così, fallita in pochi minuti un’azione preparata da tempo con astuzia e lungimiranza, il professore si sentì battuto.
E ora l’oggetto di tanta fatica, quello sciocco ragazzo, dopo averlo quasi offeso per inanità mondana, non aveva trovato altro modo per risolvere la questione che andarsene, lasciandolo lì. E al pensiero di quanta preparazione tutto questo gli fosse costato, il professore si arrese, alzò un braccio sudato e gridò: «Ernesto, ragazzo mio, devo parlarle!» verso la magra silhouette del regista che si allontanava all’orizzonte mentre lo scirocco gli gonfiava le falde della giacca.
E l’Ernesto cedette.
Trattenne sì per un attimo il passo, come uno che si chieda, era una voce quella? Poi tese il piede in avanti, la testa si raddrizzò, no, sembrava dire, non mi chiama nessuno, ma in quell’attimo stesso, quando il professore stava per rinunciare, l’Ernesto si girò tutto intero e a passo elastico tornò verso di lui e con sguardo limpido affrontò quello opaco dell’altro e chiese crudelemente: «Le serve qualcosa?»
Cosa si poteva rispondere? Come si poteva affrontare una domanda così esplicita, priva affatto di delicatezza? Come sempre. Non era stato in Africa, lui, non aveva dormito avvolto in una coperta a fianco del suo boy, mangiando datteri, bevendo in pozze fangose? Avrebbe risposto come allora, con coraggio e disprezzo delle convenzioni. Altri, non lui, potevano considerare il riserbo una dote da gentiluomini, i veramente grandi non hanno delicatezza, neppure verso se stessi.
«Sì» rispose guardandolo in faccia. «Ho lungamente riflettuto sulle mie responsabilità. Penso di dover partecipare al vostro progetto teatrale.»
L’Ernesto però, esaltato dal Fornasetti e da quella seconda vittoria, mostrò il lato peggiore di sé e chinandosi verso di lui disse:
«Non occorre che si giustifichi, sa, professore, vedrò cosa posso fare. Mi telefoni tra un paio di giorni e le saprò dire. E adesso vada a casa, star fuori la sera con quest’umido  non è mica prudente.»
E presolo per le spalle lo girò quasi, a mano, come si avvia una paperetta a molla, e rimase a guardarlo mentre l’altro affrontava turbato i marciapiedi a casaccio, alla pallida luce dei lampioni. Eh insomma! L’altra guancia va bene, ma se si porge sempre è un gesto che perde significato.
Intanto il professore, rosso in faccia per l’emozione, palpitante ancora per l’umiliazione, senza accorgersi di niente barcollava verso casa.
«Attento!» gli gridò dietro il regista perché un furgoncino sterzava a destra e a sinistra per evitarlo. Mica poteva perderlo adesso pensava, un femore rotto e addio, sarebbero passati mesi e alla sua età poteva anche morirgli così, all’improvviso, e chi gli avrebbe creduto? Nessuno, ci volevano prove, viventi.
E l’Alda? Al solo pensarci rise di gioia. Telefonarle? Precipitarsi dal pianista? Passare dall’Agnese non era il caso, l’Agnese era una questione delicata.
Sarebbero tornati all’idea originaria, pensava, avrebbero messo in scena anche il Tasso approfittando dell’autorevolezza del professore. Vero che non si era mosso per questo, ma aveva parlato di responsabilità e ce n’è forse una più alta di quella che abbiamo tutti verso la nostra cultura, le nostre tradizioni, la sintesi tra la grande tradizione italiana e l’altezza dell’arte tedesca? Anche se il professore non sapeva che alla radice del progetto c’era il Tasso di Goethe, il solo parlare di responsabilità lasciava intendere che su quella via si sarebbe potuto ottenere molto da lui.
Una nuova felice irrequietezza  lo spinse davanti alla porta del pianista, a quella dell’Alda, lo portò a camminare nel buio senza badare alla strada, oltre le case, verso i campi. I grilli frinivano, i pipistrelli sfrecciavano bassi intorno ai lampioni, l’odore del fieno si mescolava a un vago, confortante odore di stalla, sentì le rane, vide le lucciole, fu travolto dai ricordi, li respinse indirizzando l’animo a un futuro migliore, i cani gli abbaiarono contro, persino un mulo ragliò nella notte, disturbato da tanta solitaria passione, e quando senza neppure cercarla ritrovò la porta di casa, all’improvviso capì che tutto era stato solo un abbaglio. Li vide fianco a fianco, il professore e il Fornasetti. Uno vicino all’altro sul palco, entrambi preda della vanità, entrambi irati. Quale dei due avrebbe rinunciato a parlare di sé? E se anche, con astuzia e lungimiranza, lui avesse condotto le cose in modo da avere nei loro confronti un credito morale, se in cambio della sua mediazione o addirittura della sua guida avesse potuto ottenere un avallo culturale dall’uno e un finanziamento dall’altro, una promessa per il futuro, se anche separatamente avesse potuto farsene degli alleati, anche così mai, mai avrebbe potuto ottenere un risultato, infatti se entrambi lo avevano cercato, era solo perché né l’uno né l’altro provava qualcosa nei suoi confronti, ma loro due tra di loro, si odiavano. E forse ignoravano la presenza in teatro l’uno dell’altro, e se non la ignoravano non dubitavano certo di poter prevalere l’uno sull’altro. E cosa avrebbe potuto lui, di fronte a questo?
Entrò inciampando, senza accendere la luce, sbatté il ginocchio nel portaombrelli, incespicò lungo le scale e si buttò sul letto vestito, affranto, desideroso di emigrare.
Convinto di non poter dormire, sognò invece sogni crudeli, vedeva il Tasso, seduto in riva a un fiumiciattolo, il mento appoggiato alla mano, gli occhi fissi nel vuoto, e mentre lui gli si avvicinava, sollevava il capo. «Ernesto, Ernesto» gli diceva e scuoteva malinconicamente la testa e quando lui cercava di avvicinarsi, per spiegare, spiegarsi, il poeta si alzava  e con le spalle curve si allontanava verso Antonio in attesa. Un poeta che si aggrappa a un uomo di stato e non a un fratello. E bene faceva, a che gli era servito, lui?

                         

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categoria:feuilleton
giovedì, 13 marzo 2008
(Qui magari torna a essere un po' circonvoluto, ma è colpa dell'Ernesto, che non è una persona sportiva e lineare)

La sua insistenza parve al professore un modo ingrato di condurre la conversazione. E infruttuoso.

«Una volta» precisò infatti, come a dire, non esageriamo, ragazzo, e cercò anche, nel tono, di fargli capire che non era soltanto un problema di precisione, bensì di delicatezza.
«Ma lei stesso mi ha detto più volte» insisteva l’Ernesto per prendere intera su di sé la mortificazione dell’ospite a cui è stato impedito di essere ospite in pieno.
«Passavo da casa sua e ho suonato, ecco tutto.» Lo interruppe l’oggetto di tanto affanno, leggermente sudato nonostante da un pezzo fosse scesa la notte, stanco ormai di stare in piedi, vittima di quell’eccessivo entusiasmo.
«Lei mi è sempre sembrato un giovane di buon senso» continuò poi mentendo, ché voleva passare ad altro e proseguire la conversazione, se mai poteva essercene una, seduti almeno su una panchina.
«Mi ha cercato dal formaggiaio!»
Ma qui si esagera, pensò il professore esasperato.
«Ero dal formaggiaio!» sbottò con impazienza, battendo sul verbo. Però subito dopo, con tono diverso, più affabile, come per cancellare quella rivendicazione di autorità, ripeté: «Ero dal formaggiaio e mi è venuto in mente lei. Ed ecco, evocato, lei è apparso.»
L’Ernesto lo guardò perplesso.
«E cosa ci faceva, se posso chiedere?»
«Compravo il formaggio.»
«E perché le sono venuto in mente proprio lì, scusi?»
«Bè, poteva essere dal formaggiaio anche lei, o non mangia formaggio?»
E nell’insistenza sulla casualità di quell’incontro non avvenuto il professore, pur desiderando portare la cosa a buon fine, lasciò filtrare il tono usuale. Gerarchico, pensò l’Ernesto nonostante la devozione, un tono da sergente maggiore, e sentendosi disposto a umiliarsi solo di fronte a chi volesse fare lo stesso con lui, con un soprassalto di orgoglio e insieme d’astuzia raddrizzò leggermente le spalle e con gentilezza squisita tese la mano, anima e corpo ormai compattamente uniti e consonanti, e con voce modulata e cortese, persino con una leggera, quasi timida nota di riso nella gola, disse:
«Ma  mi scusi allora, che sciocco. Non voglio trattenerla.» E, presa la mano del professore nella sua, la strinse in modo definitivo e dicendo, mi saluti la signora, allungò il passo verso casa lasciando l’altro sconcertato e solo.

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categoria:feuilleton