giovedì, 02 luglio 2009
viscere (pl.m. visceri, usato solo in senso proprio, e pl.f. viscere usato anche in senso figurato) [dal lat. viscera, neutro pl.; a.1565]
sm. 1. denominazione generica degli organi posti nelle grandi cavità del corpo (cranio, torace e addome): i visceri addominali, com.pl. intestino || solo pl. m. interiora (di animali): tolsero i visceri alla bestia macellata|| solo pl. f. lett. disus., grembo materno: il frutto delle proprie viscere, i figli
2. fig, la parte più interna di qualcosa: le viscere della terra || fig. avere nelle viscere, connaturato|| N. 1 Sin. frattaglie, rigaglie|  eviscerare / sviscerare / inviscerare
2. sin. interno intimo profondo

viscerale [dal lat. tardo visceralis; 1745] agg. 1. T. anat. relativo ai visceri o, più in gen.., agli organi interni del corpo: organi viscerali, scheletro viscerale  2 . fig. profondamente radicato: passione, odio viscerale.


Magari si pensava di poter contrapporre la testa alle viscere e che la loro sinergia fosse una scoperta della scienza moderna, e poi si guarda il vocabolario e si scopre che bastava aprirlo prima ed era già tutto scritto lì, a saperlo utilizzare.
Le mie viscere craniche, tanto per parlar figurato, tendono al ragionamento distaccato più delle viscere addominali (sempre per parlar figurato) di altre tipologie umane?
O invece è solo una modalità del discorso che cerca i passaggi, i distinguo, le sfumature, mentre l’altro spara la propria posizione con maggiore virulenta energia, senza che per questo si debba parlare di testa e pancia, ma solo di strategie narrative, argomentative, in vista però sempre del successo, che non deve essere necessariamente la vittoria sull’altro, ma potrebbe essere anche la vittoria di un disegno volto a una certa pace che non turbi troppo il proprio sistema nervoso?

virulenza [dal lat. tardo virulentia; 1875 nel senso 2] sf. 1. T. biol.  attitudine dei microrganismi a produrre malatie infettive: l’alto grado di virulenza di quel microbo 2. fig. violenza, asprezza: virulenza del linguaggio.

virus [dal lat. virus, veleno; 1853] sm. inv. T. biol. microrganismo parassita di cellule viventi, osservabile solo al microscopio elettronico, potenziale agente infettivo per tutti gli esseri viventi … || fig. mania, malattia: il virus del gioco d’azzardo. ...

A quali sostanze chimiche si deve la mia maggiore compostezza? Quali sostanze chimiche collassano, quando - e se, ché mi capita assai di rado - perdo le staffe, permettendo che il virus dell’aggressività  agisca come un potente agente infettivo, rendendo vacue le mie strategie di sopravvivenza al caos?
postato da: lalucedialcor alle ore 02/07/2009 14:32 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 01 luglio 2009
Mi prenderò il nr. 100 di Lettera Internazionale dove c’è un saggio di Foucault di cui la Repubblica  di oggi pubblica un estratto che comincia così:

C’è una ragione  che ha portato l’arte moderna a farsi veicolo del cinismo: parlo dell’idea che l’arte stessa, che si tratti di letteratura, di pittura o di musica, deve stabilire con il reale un rapporto che vada al di là del semplice abbellimento, dell’imitazione, per diventare messa a nudo, smascheramento, raschiatura, scavo, riduzione violenta dell’esistenza ai suoi livelli primari. Non c’è dubbio che questa visione dell’arte si sia andata affermando in modo sempre più marcato a partire dalla metà del XIX secolo, quando l’arte (con Baudelaire, Flaubert, Manet) si costituisce come luogo di irruzione di ciò che sta in basso, al di sotto, di tutto ciò che in una cultura non ha il diritto o quanto meno non ha la possibilità di esprimersi. A tale riguardo si può parlare di un antiplatonismo dell’arte moderna. […]
Di conseguenza, l’arte ha stabilito con la cultura, le norme sociali, i valori e i canoni estetici, un rapporto polemico, di riduzione, di rifiuto e aggressione. E’ questo l’elemento che fa dell’arte moderna, a partire dal XIX secolo, quel movimento incessante attraverso il quale ogni regola stabilita, dedotta, indotta, inferita sulla base di ciascuno dei suoi atti precedenti, è stata respinta e rifiutata dall’atto successivo. In ogni forma d’arte si può trovare una sorta di cinismo permanente nei riguardi di ogni forma d’arte acquisita: è quello che potremmo chiamare l’antiaristotelismo dell’arte moderna.
L’arte moderna, antiplatonica e antiaristotelica: messa a nudo, riduzione all’elementare dell’esistenza; rifiuto, negazione perpetua di ogni forma già acquisita. Questi due aspetti conferiscono all’arte moderna una funzione che in sostanza si potrebbe definire anticulturale. Bisogna opporre al conformismo della cultura il coraggio dell’arte, nella sua barbara verità. L’arte moderna è il cinismo della cultura, il cinismo della cultura che si rivolta contro se stessa. […]


E poi continua puntando all’analisi del nichilismo e all’etica della verità, non essendo lui uomo da limitarsi a qualche definizione culturale dei problemi.
Vedremo cosa dice nel saggio intero.

Quello che mi interessa, a margine di Foucault e in rete, ovviamente, che è il mio parco giochi, è l’innocenza con cui alcuni  proclamano la novità o l’eccezionalità di questa funzione cosiddetta “anticulturale”, che come dice giustamente Foucault sta per raggiungere i due secoli d’età.
Come se la riduzione all’elementare, la negazione di ogni forma già acquisita (che poi ormai il campionario è già stato abbondantemente usato e si tratta quasi sempre di mere varianti, più che di rovesciamenti) li facesse uscire dall’estetico per spingerli verso una verità della vita.
Ma l’estetico, soprattutto oggi, è dilagato, estetizzando anche la “barbara verità” e solo qualche ingenuo può pensare che sia il “bello” il nemico, senza rendersi conto che usiamo la parola “bello” quasi sempre con un punto esclamativo, solo per  proclamare il nostro consenso a una sensibilità che è la nostra da un pezzo.
Questo nostro è ormai da molto tempo un gran supermarket, anzi The biggest Mall of America, dove si trovano tutte le merci e dove possiamo comprare solo quelle per cui ci basta il denaro, o fino a un anno fa, il credito delle banche.
La difficoltà, con la quale si confrontano lucidamente tutti quelli che queste cose le sanno, è far sì che alla fine quadrino i conti.
Foucault, se ho capito bene, lo chiama il “rapporto tra volontà di verità e stile di esistenza”.
postato da: lalucedialcor alle ore 01/07/2009 15:53 | Permalink | commenti (37)
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mercoledì, 01 luglio 2009
Ieri tornando a casa a un certo punto il treno si è fermato.
Pioveva, ma soprattutto era piovuto molto è la campagna era sott’acqua.
A sinistra le piante di tabacco spuntavano dal pantano e le strutture per l’essicazione gocciolavano.
A destra la pioggia aveva sommerso ogni cosa, trascinando la terra oltre i binari e formando rivoli marroni. Doveva aver attraversato un pollaio trascinando via tutto, perché c’erano uova ovunque, confitte nel fango, intere, con la parte superiore lavata dalla pioggia che cadeva e lisce come sassi, a parte il colore, e inaspettate.
Uova?! Ha detto l’amico con il quale stavo parlando al telefono, gli pareva una cosa assai strana.
Le rotaie sfioravano il pelo dell’acqua
Davanti a noi c’era il passaggio a livello e la strada era piena di macchine che procedevano a fatica strombazzando.
Il capotreno non voleva proseguire perché i binari non si vedevano più e aspettava che dalla stazione principale gli dicessero se erano intatti o c’era stato uno smottamento.
Siamo stati lì un’ora, uno apriva un finestrino e un altro lo chiudeva per la pioggia, tutti si sventolavano.
Il treno era leggermente inclinato, e mio fratello - mi annoiavo e ho fatto un paio di telefonate - ha pensato subito a inondazioni catastrofiche e ha cominciato a preoccuparsi per me, è un ansioso, ma era tutto fermo e tranquillo, a parte noi viaggiatori oppressi dall’afa, e i rivoli rapidi e terrosi che continuavano a passarci sotto.
Speriamo che non si rovesci, ho detto a voce alta, e un ferroviere fuori servizio seduto dietro di me  ha riso, non si rovescia, no, ha risposto, non si preoccupi.
E allora, non so perché, ho detto, beh, potremmo rovesciarci piano, e cadere morbidamente in questo fango marrone, senza farci male, e nuotare fino alla strada e andarcene a casa a piedi nudi, e avremmo fatto anche l’esperienza del deragliamento, senza danno. Come se fosse una favola.
E mentre parlavo mi son detta, ma come parli!
E ho anche pensato, perché ero in piedi e mi rivolgevo a voce alta a tutto lo scompartimento che mi guardava sorridendo, che anni fa ero timida, e mai mi sarebbe venuto in mente di parlare così a gente sconosciuta.
Un uomo seduto poco lontano da me mi ha chiesto i giornali e poi mi ha detto, ma lei lo prende spesso questo treno, perché l’altro giorno l’ho vista. Ma io non mi ricordavo, anche se poi in effetti mi è tornato in mente.
Dalla stazione principale hanno fatto sapere al macchinista che poteva procedere, anche se non vedeva i binari, ma lui voleva un ordine scritto, e dopo un’ora è arrivato, non so con che mezzo, cablogramma, ha detto qualcuno, ma mi è parso strano, è un trenino che fa avanti e indietro tra il borgo e la città, due vagoni soltanto, vecchi e puzzolenti.
Non ci è parso pignolo, gli abbiamo dato ragione, anche se ci teneva lì prigionieri, è facile dire a uno fai una cosa e poi, quando il treno si è rovesciato tra le uova, dire chi, io? non gli avevo detto niente.
Nessuno ancora sapeva cos’era successo a Viareggio, ma certamente lui sì.
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mercoledì, 01 luglio 2009
In esergo a un vecchio libro di Marcello Pagnini, Critica della funzionalità, Einaudi, 1970, c’è una sentenza di Cassirer che dice: “Se l’arte è godimento non è godimento di cose ma godimento di forme”.
Io preferirei dire che è godimento di cose attraverso forme, perché una forma tecnicamente perfetta può trasportare una cosa flebile e la noia arriva senza meno e per esempio un sonetto perfettamente congegnato può essere un congegno vuoto, che trasmette soltanto l’abilità dell’autore e non quella complessità stratificata di senso e visione che in sinergia con la forma ci procura un piacere estetico complesso, ma che senza competenza formale si limita nel migliore dei casi a essere comunicazione di idee e sentimenti. E tanto varrebbe allora usare una forma più consona, l’aforisma o il saggio o altro a piacere, ma non la poesia che ha regole proprie persino oggi che le forme chiuse sono deflagrate ed è difficile indicare e riconoscere quelle che le hanno sostituite, ma ci sono e anche se funzionano in modo diverso hanno il compito di funzionare.
Insomma, il fine della funzione estetica è destare il piacere estetico.
Sarà anche un po’ schematico, ma col tempo, anche per le opere che hanno prodotto idee, il come le hanno prodotte non è secondario, anche tenendo conto che il piacere estetico non è lo stesso in ogni luogo tempo e società, e anche se nello stesso luogo tempo e società  a volte differisce a seconda dei soggetti.
Quello che è diventato sempre più difficile è mettersi d’accordo,  ma alla fine, il tempo farà il suo lavoro, e anche se sul momento ci può essere confusione e incertezza del giudizio, le opere vengono passate al vaglio, che lo si voglia o meno, e restano quelle che hanno ubbidito a quella regola fondamentale.
Certo, solo se si crede ancora a un tempo delle opere, e non solo al proprio tempo soggettivo, che finirà nel momento stesso in cui finirà ognuno di noi.
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lunedì, 29 giugno 2009
Mi ricordo un vecchio film americano, andante, a episodi, sui tradimenti dei mariti americani e i mezzi per sfangarla, e me lo ricordo anche male, a parte il finale di uno degli episodi in cui il marito, sorpreso a letto con l’amante, mentre la moglie urla strepita e punta il dito, comincia tranquillamente a vestirsi e lo stesso fa la ragazza, con calma, raccoglie le sue cose, si pettina, si mette il rossetto, rifà anche il letto, e intanto lui dice alla moglie: Di cosa parli? Non capisco. Una ragazza? Quale ragazza? E intanto la ragazza, lisciato il letto esce e lui continua a chiedere alla moglie: Di cosa parli? Cosa dici? Quale ragazza? Non c’è nessuna ragazza. Vedi per caso una ragazza? E la moglie punta il dito e il letto è fatto, la ragazza non c’è, il marito ha perfino la cravatta, e a quel punto si siede e dice: Scusa, no, non c’è nessuna ragazza.
Lo stesso capiterà qui da noi.
Ragazze? Quali ragazze? Feste? Quali feste? Bugie? Quali bugie? Mi criticano? Chi mi critica? La crisi? Quale crisi? La manovra aggiuntiva? Quale manovra aggiuntiva? Le nuove povertà? Quali nuove povertà? Forse le vecchie, ereditate dai governi precedenti, ma noi le stiamo risolvendo.

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lunedì, 29 giugno 2009
Se non ci fossero quelle maledette padelle delle televisioni e un tetto piatto color ocra con un paio di vecchie antenne tutte storte, e se mi mi sedessi  più in basso, spostandomi di venti centimetri sulla destra, il paesaggio che vedo dalla finestra piccola di fronte a me potrebbe sembrare giapponese, perché le nuvole basse tagliano le colline  a strisce bianche.
E però tenere la posizione sarebbe faticoso, perché spostandomi e chinandomi posso credere di essere in Giappone solo se guardo avanti, ma non dovrei guardare a destra, vedrei due tetti piatti, uno dei quali verde, e va ancora bene, l’altro però  desolatamente grigio, con sopra un mucchio di tavole marce, cassette di fiori morti e andati in fieno e motori per le celle frigorifere, e un telo di plastica abbandonato e ammucchiato, e altre cose che sono state depositate lì e col tempo sono diventate immondizia e non verranno mai tolte perché chi sta sotto non le vede, anche se dovrebbe pur saperlo e avere un certo amore per l’ordine e sentirsi a disagio di avere tanto caos sopra la testa.
E così l’anno prossimo cinterò anche il resto della terrazza imprigionandomi tra le petunie.
O andrò a parlare con quelli che abitano nel palazzo e dirò loro, il caos e l’immondizia sul vostro tetto mi ferisce.
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domenica, 28 giugno 2009
Dopo una notte totalmente insonne passata giocando a dama e guardando film già visti alla televisione, sono uscita alle otto a comprare i giornali e mi sono stesa in terrazza a leggerli.
In questa attività che avrebbe dovuto essere propizia a un sonno diurno, sono stata disturbata dai rondoni, che a differenza dei balestrucci hanno il piumaggio scuro, ma soprattutto sembrano pallottole.
Ed essendo molto più grandi, con un’apertura alare di tutto rispetto, a occhio una trentina di centimetri, ho temuto per la mia incolumità.
Non ho ben capito dove abbiano fatto il nido, credo  nello spazio di una decina di centimetri che separa l’edificio in cui abito da quello accanto, e sono ostacolati da un lungo traliccio alto due metri e pieno di petunie e rampicanti che ho fatto correre per un bel tratto della terrazza, ortogonale all’edificio adiacente e proprio davanti al punto in cui prima riuscivano a introdursi con una certa facilità, perciò devono prendere la terrazza d’infilata sia a entrare che a uscire, e in mezzo ci sono io.
Fanno molti tentativi, tutti in velocità,  perché non è semplice infilarsi al volo in una fessura stretta e buia senza schiantarsi contro il muro, e hanno bisogno di una pista lunga, anche se mio fratello con cui commentavo tutto quel traffico mi ha detto che sanno fare evoluzioni anche in uno spazio molto limitato.
In ogni caso, arrivavano stridendo in gruppi di sei o sette, velocissimi, anche incavolati, mi sembrava, per questa variazione di rotta che gli ho imposto. E per niente spaventati da me perché volavano a non più di ottanta centimetri dal suolo, tanto che invece di tenere le ginocchia sollevate mi sono appiattita e protetta con un paio di robusti occhiali da sole e un cappello di paglia, ché non volevo fare la fine  di Suzanne Pleshette.
In cielo ce ne saranno stati a decine, e dico decine per modestia, tutti a caccia, con un apprezzabile effetto Vape, visto il numero.
Non sono belli come i balestrucci, ma volano decisamente meglio, come una pattuglia acrobatica.
Perciò è stato abbastanza interessante, anche se ho rinunciato a togliere i fiori secchi alle petunie perché non volevo correre il rischio che uno mi si piantasse nella schiena, magari per vendetta.
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sabato, 27 giugno 2009
Ho visto che non vi è piaciuto Werner Herzog, io invece l’ho postato perché mi ha commosso. A parte l’Ave Maria (Calma dice che non è di Schubert, ma di Gounod, adesso non ho voglia di riascoltarle, non ho una passione per le Ave Marie, magari più tardi controllo) (Ho controllato, ha ragione, è Gounod) che poteva risparmiarsi, ma lo perdono.
Un popolo che ci sembra di miserabili e che sopporta la miseria mantenendo in vita in una landa deserta e polverosa un rito di bellezza, che considera se stesso il popolo più bello di questa terra e lo dimostra attraverso l’unico modo che gli è dato, dipingere, sia pure solo il proprio corpo, che per sostenere questa convinzione ha un paio di sacchettini pieni di polveri colorate e crede che qualche conchiglietta, due piume e un po’ di ocra e bianco sotto un cappello da signora possano ancora trasportarlo per qualche ora fuori dall’immondezzaio nel quale è stato confinato e preso prigioniero, beh, non mi lascia indifferente.

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sabato, 27 giugno 2009
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venerdì, 26 giugno 2009
Io parlo con i tassisti.
Non tutti lo fanno, ho amici che se il tassista dice, bella giornata, grugniscono, o lasciano cadere la frase nel vuoto, costringendo me  a portare un po' di tepore nell'abitacolo. Io invece accetto subito l'invito e così posso smentire il luogo comune in base al quale tutti i tassisti sono fascisti.
Ce n’è di ogni genere e orientamento politico, ma soprattutto ce n’è di assai strani, come quello che ieri mi portato da un punto a un altro della città, illustrandomi la sua idea di imprinting che ha schematizzato per comodità in tre tipologie di base: il prevaricatore, la vittima, il soccorritore.
A quanto ho capito, si nasce per ragioni genetiche in una di queste tre categorie, ma l’imprinting familiare e ambientale le modifica, costringendo prevaricatore vittima e soccorritore a modificare o comunque a schermare la propria natura originaria con una serie di salti mortali psichici che lo portano alla fine a ottenere lo stesso risultato, ma per vie tortuose e da pochi decifrabili. Tra questi pochi, lui.
Io, mi ha detto, posso fare solo il tassista, se facessi parte di un consiglio di amministrazione saprei sempre chi ho davanti e avrei troppo potere.
Scriva un libro, gli ho detto - passata la paura  di un tamponamento  perché  infiammato dalla discussione guidava girato verso di me, senza guardare la strada - no, mi ha risposto,  potrebbe leggerlo Berlusconi, e ne ha già troppo.
Mi ha fatto un ritratto piuttosto azzeccato, e a ogni mia obiezione (marginale e  fatta solo per mettere alla prova le sue teorie) mi spiegava che sbagliavo, erano i trucchi della mia personalità basica per far pace con l'imprinting, insomma, la mia vita è tutta una trattativa (sarà per questo che sono sempre stanca), interpretando anche il colore dei miei calzoni,  nonché delle stanghette dei miei occhiali, e sostenendo che se avessi avuto una macchina, avrei scelto un modello grigio metallizzato.
Ed è vero.
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martedì, 23 giugno 2009
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martedì, 23 giugno 2009
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martedì, 23 giugno 2009
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martedì, 23 giugno 2009


Ma l’amore, no.

L’amore mio non può
disperdersi nel vento, con le rose.
Tanto è forte che non cederà
non sfiorirà.
Io lo veglierò
io lo difenderò
da tutte quelle insidie velenose
che vorrebbero strapparlo al cuor,
povero amor!

Forse te ne andrai...
D’altre donne le carezze cercherai!...
ahimè...
E se tornerai
già sfiorita ogni bellezza troverai
in me...
Ma l’amore no
L’amore mio non può
dissolversi con l’oro dei capelli.
Fin ch’io vivo sarà vivo in me,
solo per te!

A tre anni non avevo nessuna idea che gli adulti potessero amarsi tra loro, emarginando i bambini. C’era la parola donne, c’era la parola amore e perciò doveva trattarsi di povere madri che avevano perso da qualche parte i loro figlioletti. Che poi i figlioletti cercassero le carezze di altre madri mi pareva non bello ma scusabile, e alla fine sarebbero tornati dalle loro vecchie madri e tutti sarebbero stati felici e contenti, anche senza l’oro dei capelli. Ammiravo molto questa madre che non cede e cercherà sempre suo figlio o figlia. Così si fa, mi dicevo, sentendomi piuttosto al sicuro, nel caso che mia madre mi avesse persa,  non si sarebbe girata dall’altra parte, dopotutto me la cantava, era una specie di promessa, la vita era piena di rischi, è vero, ma in fondo, ogni promessa è un debito.
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lunedì, 22 giugno 2009
Senza prendermi la briga di andare a rileggere cose dimenticate o trovarne di nuove, mi sono chiesta quali siano le qualità del leader.
Perché personaggi come Hitler, Mussolini, Franco, ma anche Kennedy, Obama e da noi in questo periodo Chisappiamo, eccetera, siano riusciti ad arrivare all’intimo, alla parte istintuale del paese, convincendolo in parte o in pieno.
Può sembrar blasfemo che li metta tutti assieme, perché in effetti sono molto diversi, alcuni sono leader democratici, ma tutti, anche i dittatori, all’inizio hanno intercettato un libero consenso che solo poi si è trasformato in ipnosi collettiva e in terrore.
Alcuni di questi, se li guardiamo bene, a posteriori, sono persone assai mediocri, salvo che in una cosa, quel punto che esercita una magica attrazione e fa velo a ogni altro lato del carattere, del fare, della personalità.
Altri di questi hanno anche avuto grandi idee e grandi visioni.
Ma di tutti quelli che hanno avuto grandi idee e grandi visioni, solo pochi sono stati capaci di realizzarle politicamente, a proprio nome, mettendoci la faccia e galvanizzando il popolo.
Tra i molti ingredienti necessari alla nascita di un vero leader uno è indispensabile, direi: il kairòs.
Per chi non sapesse cos’è: Kairos - Wikipedia

(Ma lo cita anche, benché non abbia ritrovato il passo, in quel libro “bello come un romanzo” che è Il borghese, lo sviluppo e le fonti dello spirito capitalistico, il mio amato e spesso citato Werner Sombart, Longanesi, 1978.)

Il kairos mi ha sempre interessato. Spesso, vedendo certe facce, incontrando certe persone, mi chiedo che cosa avrebbero fatto, cosa sarebbero state,  se avessero avuto la ventura di vivere in altri momenti e in altri tempi.
Se guardate le facce della gente, vedete a volte - forse un po’ lombrosianamente, o magari empaticamente - facce di eroi potenziali, o anche di criminali potenziali, o semplicemente di imbroglioni.
O facce che non sapete leggere, neutre, facce in stato di quiescenza, non operative, come quei robot che non servono ancora, e sono lì appesi nei magazzini, pronti tutta via a essere tirati giù e messi in funzione.
Magari portate le scarpe a far risuolare e la faccia del calzolaio vi dice che quell’uomo non è tutto e soltanto calzolaio, ha una parte in quiescenza, il suo lato calzolaio è un lato solo delle sue potenzialità.
Altri calzolai sono invece in toto calzolai, e sarebbero potuti diventare supremi calzolai in un altro tempo e luogo.
Le sfumature sono molte.
La mia ostessa, ad esempio, in altro tempo e altro luogo, sarebbe potuta diventare un’ostessa sublime.
Certo, c’è da chiedersi cosa, nel calzolaio e nella mia ostessa, non li abbia spinti a scegliersi un altro luogo, ché il tempo non è a loro libera disposizione, e forse mancava loro qualche cosa per  raggiungere l’eccellenza, magari solo la volontà e lo spirito di avventura.
E per fortuna, altrimenti questo borgo sarebbe davvero deserto.
Sono favorevole alla distribuzione dei talenti.
Ma tornando al mio tema principale, quali sono le qualità del leader?
Cosa fa sì che alcuni uomini riescano a convincere altri uomini a seguirli ciecamente?
Cosa, nel leader e nella massa degli altri coincide magicamente, in un momento dato e solo in quello?
Quali qualità del leader, e quali debolezze o anche qualità della massa?
In che punto accade che misteriosamente coincidano?
Cosa, nella massa che pure al suo interno, presa individuo per individuo, ha alcune qualità anch’esse potenzialmente eccellenti, ottunde l’individualistica capacità di pensare  e agire razionalmente?
A parte, com’è ovvio, il semplice opportunismo?
Quale punto, o carattere, nella collettività, coincide con quello di tutti gli altri e fa sì che quel punto comune venga agganciato dal leader, come se prendesse milioni di piccioni con un’unica fava?
Certamente c’è un carattere nazionale, un contagio che si diffonde e fa scivolare tutti verso una parte della propria storia che si è sedimentata nei secoli attraverso immagini e parole d’ordine latenti, più o meno antiche, più o meno potenti.
Nel libro di Faye che ricordavo in un commento più sotto: Jean Pierre Faye, Introduzione ai linguaggi totalitari, Feltrinelli, 1975 (lo so, ho soprattutto tutti vecchi libri), nella sezione dedicata ai Documenti di linguaggio, viene ricordata la concezione völkisch del nazionalsocialismo, e qua ci sta questo manifesto che suona così: Il fascismo non è un'opinione, è un crimine.

http://media.de.indymedia.org/images/2008/02/208969.jpg
 
e dice così:

Völkisch esprime una concezione dell’essenza della totalità Volk che è diversa da quella che ha il liberalismo. (…) La concezione völkisch, in contrasto con quella liberale, pone l’accento sulle cosiddette comunità naturali del popolo. Essa vede nel popolo un’unità di vita biologica e trae da questa concezione delle conseguenze politiche che sono in contrasto con il liberalismo. Il concetto di razza, ma anche il significato dello spazio e del paese natale, vengono messi in primo piano e sottolineati, ed agiscono pure nel diritto pubblico (…)
Una tale concezione del popolo domina anche in tutti i momenti vitali nella vita del popolo dello stato. La totalità del pensiero völkisch la penetra interamente.

Da questa totalità völkisch deriva ben altro, e cioè il fatto che per la concezione nazionalsocialista la continuità dell’avvenimento politico passa proprio attraverso il popolo, come grandezza politica, e non attraverso lo stato. (…)
In questo senso la concezione hegeliana dello stato come ‘realtà dell’idea morale’ rappresenta una posizione a-völkisch, che è estranea al nazionalsocialismo. (…)
La tesi secondo cui il popolo è il ‘lato apolitico’, porta come si è visto, alla concezione dello stato liberale di potenza [che ha trovato espressione nel principio fascista dello stato. Mentre per il pensiero nazionalsocialista lo stato e il diritto possono esistere per le loro funzioni di vita völkisch, il fascismo sottolinea in modo molto netto il valore proprio dello stato, attraverso il quale, in primo luogo, si crea la nazione]. Questa concezione sviluppata nel corso del pensiero hegeliano, porta allora necessariamente alla concezione dello ‘stato totale’, cioè dello stato come apparato totale di potenza. Questa concezione è ugualmente estranea al pensiero völkisch ed al nazionalsocialismo.”

Mi fermo qui, e uso spregiudicatamente questa citazione che evoca tante assonanze con la razza Piave dell’ex sindaco di Treviso solo per dire che la parola chiave, völkisch, non è nata nel ‘900, ma si è formata lentamente nel suo senso politico e identitario nel corso del tempo.
A volte sotterranea, con emersioni parziali, paesane, radicata in memorie antiche in parte manipolate, attraversa la storia raccontata che è forse diversa ma la vince sulla storia “reale”. Ed è rimasta lì buona, pronta a essere tirata fuori e a servire da logo, da simbolo identitario ai racconti ideologici che si sono intrecciati alla situazione economica, politica, sociale del paese.
Finché ha incontrato un momento storico e una personalità capaci di far materializzare il kairos.

Ma resta sempre vago, anche nella imponderabilità del tutto, quali siano le qualità di un leader.
E vaghissimo, ai miei occhi, anche quale sia il nostro tanto declamato carattere nazionale, anche perché tra due ore fuggirò dal borgo-non-natìo e per il momento non ho il tempo di ragionarci su:

Non posso che affastellare qui una serie di domande:
Qual è il nostro carattere nazionale, se noi qui gli sfuggiamo e ci diciamo che non fa per noi?
Un carattere nazionale al quale sfuggono in troppi non è un carattere nazionale.
Qual è il punto esatto in cui il carattere nazionale – e lasciamo per un momento da parte il problema della sua definizione - si è incontrato con Chisappiamo e lo ha tirato giù dal gancio al quale era appeso e dormiva, almeno come leader?
Qual è la parola, se c’è?
Non certo völkisch, che non significa semplicemente popolare perché non ha ancora fatto, qui da noi, la stessa strada che ha fatto in Germania, e che nei fatti si è materializzata solo per una parte della massa-paese nell’aggettivo “padano”.
C’è una parola chiave per il periodo in cui viviamo? Che corrisponda o rappresenti totalmente quella parte non secondaria - e da una parte di noi persino troppo snobbata, me compresa – del paese?
Mi ero convinta che Chisappiamo fosse un avatar di Sordi che a sua volta era un avatar di una certa tipologia centromeridionale dell’Italia, ma non è così, non basta.
Forse la parola va cercata in una dimensione più variegata e più plastica.
Forse più teatrale, da avanspettacolo. Televisiva, si è spesso detto.
E’ piuttosto singolare, e anche questo mi dà da pensare, che ci sia persino in questo consenso ancora così massiccio, una convivenza di identità differenti, quella a suo modo völkisch, sia pure in stile nostrano e padano, dei seguaci di Bossi, e quella postmoderna, mercificata e sradicata del suo sodale.
E però, postmoderna, mercificata e sradicata?
Cioè semplicemente televisiva?
Non mi accontento.
Anche il modello televisivo deve pur piantare i suoi minuscoli speroni in qualcosa che tenga, qualcosa di precedente e ben saldo, se vuol far tanto danno.
Mi pare quasi un bene, in questo momento, vivere in provincia, nella parte molle del paese, antica, o meglio, in una delle sue parti molli e antiche.
Comunque, questo è, tra i miei post, quello che ha più bisogno di raccogliere le opinioni e le idee altrui perché io, davvero, ho le idee piuttosto confuse su quale sia la parola chiave che potrebbe essere sottoposta a critica per opporle un’altra parola chiave, nel caso.
postato da: lalucedialcor alle ore 22/06/2009 16:18 | Permalink | commenti (4)
categoria:perplessità
domenica, 21 giugno 2009

[...]

3.

In una sede della polizia gli viene chiesto, primo: se corrisponda al vero che, come accertato, dunque in varie occasioni, egli si sia espresso nel senso che chi dice la verità - a che proposito verrà discusso poi - ne subirà presto le conseguenze. Persino chi la legge potrebbe, in circostanze sfavorevoli, esserne pregiudicato?
E in generale cosa significa verità? Egli intende la verità che è soltanto sua, non quella degli altri. Nessuno vuole sentire la sua, che è troppo limitata di fronte a una verità più alta. Quella più alta rimette a posto però anche la sua. E questo per cominciare.
Poi, secondo, si deve discutere se ha consigliato a quelli che hanno ricevuto da lui versi su fogli sciolti, di introdurre furtivamente i fogli presso coloro dei quali non hanno fiducia. Sa che cosa significa, questo?
E non si è aspettato un danno involontario per quelli che hanno trovato simili fogli, ammesso che sia esatta la sua opinione, secondo la quale subisce un danno chi legge quello che lui chiama verità?
Non rende dunque partecipi dei suoi consigli anche quelli che cerca di guadagnare alla sua verità, come fa con quelli di cui si fida, ai quali, lo si sa, ha raccomandato un atteggiamento opportuno: devono, questa è l'incongruenza, conservare i fogli fuori di casa, a causa della polizia oppure, nel caso che i fogli venissero trovati presso di loro, assicurare infantilmente che stavano appunto per portarli alla polizia?
Quelli presso i quali i fogli sono stati introdotti di nascosto avrebbero tuttavia meritato di sapere che naturalmente sarebbero stati innocenti, se non li avessero letti. Non crede che la decenza avrebbe imposto di non incrementare la diffusione segreta di versi? Per non parlare del necessario rispetto di fronte alla legge.
Terzo, ai fatti. E' dell'opinione, come sta scritto sui suoi fogli di cui è stata trovata una grande quantità in una cesta e che sono stati letti, che la gente del popolo non abbia in gran parte alcun concetto dei diritti dell'uomo? Che sia, piuttosto, completamente indifferente verso tutto ciò? E che questa indifferenza sia la vera ragione della loro fedeltà alla causa?
E che tuttavia sia insoddisfatta? Che in compenso diriga la propria attenzione con tanta maggiore intensità al guadagno, così che è tornata in voga la proprietà? Di appartamenti, case per le vacanze, pellicce, anche per i bambini? Che questo possesso inganni il proprietario sulle condizioni tanto desiderate? Che dunque alcuni, molti, di sentimenti decisamente disprezzabili, sono ormai accessibili soltanto al guadagno?
E che proprio da questo si viene spinti ad approfittarne? E  che l'idea di qualcos'altro non può venir meglio addormentata che con l'ingrasso? E, benché manchi ancora di molte cose, che è prossimo il tempo felice in cui si dirà: guardate il popolo, è ricco e contento. Soffoca nel proprio grasso!?
E'  dunque questo che pensa?! E trova compatibile con il suo amore per la piccola gente preferire di veder stampate un paio delle sue verità, piuttosto che vedere i piatti pieni?
E sa che i fogli trovati sono stati consegnati alla polizia? Non può saperlo, ma può crederlo. E non è questa la dimostrazione che i suoi versi non hanno trovato ascolto presso quelli che cerca, ma hanno svegliato piuttosto la loro diffidenza verso di lui; e più ancora, hanno risvegliato una maggiore fiducia nelle autorità? Vede, per esempio, che simili versi non hanno potuto nuocere allo spirito del cittadino, rafforzato da una vita sempre migliore, poiché cercavano solo di distoglierlo dal suo scopo, che è quello di creare benessere per tutti. Non vi riconosce, cosa che detta in altre parole è meno immaginosa, ed egli è particolarmente sensibili alle impressioni figurate, che quelli che hanno rifiutato le sue parole come nocive alla causa operavano a suo stesso vantaggio? Perché dove vuol vivere, se non nella comunità dei cittadini, in una bella casa, dove è tempo che vada ad abitare, costruita da loro e nell'abbondante agiatezza che essi producono?
Così essi gli sono utili, così o in un altro modo. Poiché è giusto che, ognuno a seconda delle proprie forze, anch' egli contribuisca alla loro causa, che è anche la sua, invece di voler turbare il grande sforzo e per di più a proprio svantaggio.
E cos'ha in realtà contro le belle poesie? Non ha mai sentito aumentare la propria forza o fiducia, di fronte a un enorme lavoro o in una qualche altra circostanza difficile, a causa dei bei versi, e le canzoni, ad esempio, dovrebbero essere assolutamente chiamate a farne parte. O anche consolazione in un'ora difficile? Proprio questo fa la bella poesia, il dar forza nella lotta, anche in quella quotidiana, e deve farlo, e consolida  - questo dovrebbe piacergli  - il senso della bellezza.
Ma chi crea la bellezza, che è di conforto al popolo, perchè non dovrebbe abitare in una bella casa?
Vuol sapere che cosa gli si consiglierebbe, se desiderasse un consiglio? Per prima cosa, si spera che anch'egli lo senta, e se non lo sentisse basterebbe poco tempo ancora, sebbene si crede che lo senta, che non sono nemici, quelli che gli stanno parlando. Senza dubbio, e nessuno gliene fa carico, ha sentito poco trasporto per gli uomini incaricati di portarlo qui. Ma è anche fuori di dubbio che  ha offerto un amaro motivo per un passo così decisivo.
[...]
Per aiutarlo a essere meglio informato, a mutare l'impeto della sua giovinezza nell'espressione naturale e altamente convincente di un nuovo modo di vedere, in breve: per riportarlo a se stesso, lui, il cui cammino è avvantaggiato dalla nascita, si considera tutto ciò, invece che come una punizione, come lo scopo auspicabile di uno sforzo severo. Esso richiede che esamini se stesso, che riconosca l'errore, lo respinga, diriga lo sguardo alle cose future, scopra la forza della dottrina nelle mani liete dei lavoratori dal cui diritto, il diritto dell'uomo, come  ha notato, è derivato ogni insegnamento, e giunga dunque a un altro modo di essere. Potrà essere sicuro di ogni aiuto.
[...]

E nel seguito del racconto il poeta che alla fine la scampa e viene perdonato, ci prova, da qui il titolo, Piccola scuola di poesia. Questo libro, esaurito da tempo e non più in catalogo, è uscito da Einaudi nel 1980 con il titolo Tentativi di avvicinamento. Era una raccolta di racconti e l'autore viveva e scriveva nella DDR. Che non sia più in catalogo significa che non interessava più a nessuno, ma interessa a me che di Schädlich sono un'ammiratrice.
postato da: lalucedialcor alle ore 21/06/2009 16:58 | Permalink | commenti (3)
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domenica, 21 giugno 2009
http://www.pcsys.it/images/batteria%20rame.jpg

Forse questa volta cade davvero.

Non per le escort in sé,  non per le foto in sé, non per le infinite cadute di gusto, non per le inchieste, non per le questioni morali, soprattutto non per le questioni morali.
Ma perché sta perdendo il tocco di re Mida che ha trasformato ogni gesto, gaffe voluta o spontanea, ogni barzelletta, ogni foto di gioventù che ad alcuni di noi sembrava da piazzista - e che era da piazzista - in consenso.
Ma proprio come accade a quei venditori che hanno venduto tantissime pentole con successo e per qualche ragione, anche a loro sconosciuta, cominciano a venderne meno, lui che è uomo d’istinto, comincia a sentirsi insicuro.
Le vendite calano dal 100%  al 99, e poi al 98, e poi al 90 e poi lentamente la percentuale si erode e che sia ancora così alta non conta, ai suoi occhi, di fronte al fatto inquietante che si erode, pian piano, non ancora abbastanza per lasciar speranze agli altri piazzisti, ma insomma, qualche spazio per una nuova generazione di piazzisti, per un futuro diverso, si vede.
La vedono gli altri, ma soprattutto è lui a vederla, e sente l’odore del declino.
Del resto non è più giovane, il suo futuro è breve, non avrà altri dieci, venti, trent’anni per tornare a vendere il 100 % della sua merce, e lo sa, lo sente, e viene preso dall’inquietudine.
E comincia a venderla male, gridando a voce troppo alta, le signore del pullman si distraggono e lui non capisce come e perché.
Non tutte le signore del pullman, solo un paio, due o tre.
Ma lui che le aveva tutte con gli occhi puntati sopra di sé, si chiede quale sia la ragione per cui quelle tre o quattro non lo seguono più.
E queste quattro o cinque che non lo seguono più lo rendono per la prima volta ansioso.
E continua a guardare loro, solo le cinque o sei che non rispondono al suo magnetismo di venditore.
Ma anche le altre che invece lo seguono cominciano a chiedersi perché guardi quelle e non loro, e perché quelle non lo seguano più. E cominciano a dubitare della qualità delle pentole. Non del tutto, sono sempre state contente delle pentole che hanno comprato, ma molta di quella contentezza derivava dal fatto che le comprassero tutte.
E così quella certezza senza crepe, quella sicurezza di vendere buone pentole e di acquistare buone pentole, il magnetismo del venditore, si appanna. E più si appanna più lui diventa incerto e più diventa incerto, più gli altri venditori cominciano a sperare.
E così spero anch’io che non ho niente da vendere, senza illudermi troppo.
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sabato, 20 giugno 2009
          http://www.cattedralepescia.it/public/vergine%20di%20lourdes.jpg

A volte, presa da stranguglione claustrofobico, faccio le valige e parto.

Fare le valigie e partire - benché abbia una valigetta sempre pronta che contiene stabilmente oggetti da toilette, pantofole, carica batteria, bustine di tè, farmaci, e un indumento che può fungere da vestaglia o camicia da notte a piacere - è una fatica quasi superiore alla mia volontà di partire.
Intanto per essere piccola la valigetta deve essere coordinata, non solo in senso cromatico ma funzionale, e se anche ci posso lasciare dentro lo spazzolino eccetera, i vestiti li devo metter dentro ogni volta di nuovo.
Coordinare è un lavoraccio, ci metto almeno due ore e non vorrei mai cominciare, una gonna ha l’orlo scucito, un pantalone mi pizzica, un altro mi stringe, potrebbe far caldo, potrebbe invece far freddo, come quando sono andata a Siena in giacchetta e ha nevicato e mi son presa la polmonite.
Insomma, prima di mettersi a coordinare bisogna pensar bene se si vuole davvero partire.
E poi c’è sempre la bolletta da pagare che è rimasta lì giorni e diventa urgente solo il giorno prima della partenza, che magari è sabato, e altro del genere che si è rimandato e preme.
Una delle ragioni per cui la valigetta dev’esser piccola è che nel borgo, per andare al binario 3 da dove parte il treno della mia libertà, ci sono due scale, una a scendere e una a salire, e visto che tendo a farle rotoloni, magari perché ho infilato il piede destro nel risvolto del pantalone sinistro, per colpa della valigia pesante che mi spinge la gamba destra contro quella sinistra (è chiaro che mi attacco al corrimano, che è a sinistra e non a destra) e ho già una cicatrice che mi deturpa la gamba, sto attenta a non ripetere.
La cosa che mi fa infuriare e eccita il mio spirito civico è che alla stazione del borgo c’è - da anni ormai -  un ascensore che aspetta di essere collaudato e porta proprio ai binari 2 e 3 (un binario 4 non c’è, ovvero, c’è, ma mi sembra però di servizio e non ho mai visto passeggeri e c’è anche un binario tronco, che a volte sostituisce l’ 1 quando si rompe un treno e l’ 1 si ottura).
L’ascensore è nato avveniristico, tutto acciaio e vetri, e quando lo collauderanno sarà obsoleto, e allora il collaudatore dirà, col fischio.
Sono già andata a protestare dal capostazione che mi dice che ho ragione e anche sua madre eccetera e mi suggerisce di scrivere a Moretti.
Comunque, sono partita, dopo aver detto alla ragazza del verzo di badare alle petunie.
La ragazza del verzo, che in questo periodo mi porta enormi zucchine di cui non so cosa fare, vuole essere adottata da me e quando sono via sente la mia mancanza e mi scrive messaggini che chiudono con “tanti baci”, per esempio:
Grandinata, tutte le petunie sono morte, le ho sradicate, tanti baci.
Oppure, ho sbattuto con la macchina, ma non mi sono fatta niente e non era colpa mia, non vengo, speriamo per le petunie, tanti baci.
Oppure, è saltata la luce, tutte le buste nel frizer sciolte, cosa faccio? Tanti baci.
Oppure, si è allagata la casa, cosa devo fare? Tanti baci.
Oppure, la signora di sotto si è molto arrabbiata per l’acqua, non vengo finché non torna lei, tanti baci.
La ragazza del verzo è un’estetista in pectore, l’anno scorso ha fatto un corso e ha truccato per le nozze tutte le sue amiche e adesso che non ne resta nessuna vuol fare qualcosa a me. Ma io non mi trucco, né ho intenzione di dare lezioni di spagnolo a sua sorella,  anche se sono una persona di enorme cultura, visti tutti i libri che ho.
La ragazza del verzo è anche la ragazza del pollo e da poco è diventata  la ragazza dell’acqua di Lourdes che mi manda la sua mamma, appena tornata dal pellegrinaggio.
Dì alla tua mamma che la ringrazio tanto, proprio di cuore, ma è meglio se la regala a qualcuno che ci crede veramente e ne trarrà maggior profitto di me, le ho spiegato con garbo (giuro), io sono atea.
Alla parola atea  ha avuto un momento di stordimento, e ho visto che per un nano-secondo ha desiderato essere atea anche lei come me, per dedizione, ma per fortuna è stato solo un momento, non voglio responsabilità.
Comunque sono partita, e una volta arrivata sono persino andata a un aperitivo rinforzato, che ha avuto come leitmotiv i vecchi e che forse racconterò, se trovo una chiave per non renderlo troppo noioso e sufficientemente irriconoscibile.

Mio dio, solo adesso mi rendo conto che lo spirito del tempo si è leggermente inclinato e io sto scivolando verso il bordo senza trovare ostacoli e di lì cadrò. Dove? Eh, nel presente parallelo, nell’altra dimensione,  nell’eterna provincia, nell’essere umano sempre uguale a se stesso, che non  ha accesso alle merci cool,  neppure mentali. Qui la provincia non vuole essere raccontata da un punto di vista smagato, fichissimo, esterno, non intende sottoporsi ad analisi sofisticate, nuove, ficcanti, qui la provincia E’.
E così sia.
postato da: lalucedialcor alle ore 20/06/2009 15:22 | Permalink | commenti (2)
categoria:notizie dal borgo
venerdì, 19 giugno 2009
    http://www.lsd.co.it/vari/photo_v/asino.jpg


Nessuno mi scrive, nessuno passa di qui, nessuno mi telefona a parte teledue o telepiù che vuol sapere se preferisco un vestito azzurro a qualcos’altro che non hanno fatto in tempo a dirmi.
E  Marì, che cerca Terè.
Terè, sono Marì.
Guardi che ha sbagliato numero.
Terè…
Sono sempre io, signora.
Terè…
Per favore faccia BENE il numero.
Terè…
Senta, non può imparare a far BENE il numero?
Terè…
Guardi che è la DECIMA volta.
Terè…
Ma lo fa apposta, comincio a seccarmi, impari a fare BENE quel c*** di numero, se lo scriva.
Terè…
No.
Terè...
Sono sempre io, signora, non è che vorrebbe imparare a fare quel dannatissimo numero senza rompere le scatole a me?
Dunque sono sola.
Sola con trenta piante di petunie che richiedono di essere spulciate dai fiori secchi e ne fanno dieci a pianta ogni tre ore.
Dovrei essere contenta. Sono un tipo solitario, benedetto dalla connessione alla rete che mi autorizza a esserci o non esserci a mio esclusivo piacimento, a parte Marì, e appassionata di fiori secchi che funzionano meglio di qualsiasi medicamento per tenere a bada la pressione che Marì mi fa salire.
Ho anche tentato di farci un po’ di conversazione, ma ormai le faccio paura.
Sono la voce severa che le dice che può vivere solo chiusa in casa, parlando con Terè, o nel suo quartiere, sono la prova che è meglio bussare, anche se il telefono è una gran bella invenzione, o lo sarebbe, se non la mettesse in connessione con me che la sgrido e la tratto male.
Marì è vecchia, si sente dalla voce, forse non più vecchia di me, ma tecnologicamente vecchia, il che vuol dire che è tagliata fuori e la mia voce secca la spaventa, come la spaventa la voce registrata dei call center.
Marì non telefona all’INPS, ci va e si fa ore di coda.
Marì non ha un pin una password un collegamento wifi un conto in banca un bancomat, non ha neppure un cellulare.
Avrà un telecomando, mi dico, e la vedo che tiene il telecomando a due mani e schiaccia i tasti con precisione, anzi, lo avvicina al televisore ogni volta che vuol cambiare canale, ma non fa zapping, le piacciono le pubblicità, anche se alcune non le capisce.
Terè non sa cos’è un non-luogo, e se anche ce l’hanno portata non ha mai saputo che è un non-luogo.
Marì, se deve prendere un treno, va a farsi il biglietto alla stazione.
Marì è in ansia se deve guardare il cartellone delle partenze.
Marì guarda la televisione, e quando arriverà il decoder patirà giorni di passione.
Non sa cos’è un decoder, forse ha un marito che sa cos’è, o un figlio, ma lei non ne ha la più pallida idea e per tutto quanto riguarda il mondo esterno dipende da qualcuno, si agiterà per giorni, come si agita quando chiama me invece di Terè.
Anzi, ammutolisce.
Adesso mi basta dire, Sì? E lei riconosce la mia voce e riattacca subito spaventata, la sento la sua ansia, ha persino un odore che mi arriva lungo il cavo.
Chi è Terè, mi son chiesta, una figlia? o una cugina, un’amica?
E dove sta?
Nel borgo?
O in un paese ancora più piccolo?
Terè non ha la patente, si sente dalla voce.
Neanch’io ho la patente, ma non si sente dalla voce.
Penso che ho litigato con degli amici che sostenevano che l’Italia intera, anzi il mondo, ha un pc a famiglia, se non a capocchia, e internet impedisce ai bambini di vedere un asino vivo, perché adesso gli asini sono tutti virtuali.
Forse Terè ha un asino, la prossima volta glielo chiedo.
postato da: lalucedialcor alle ore 19/06/2009 17:15 | Permalink | commenti (8)
categoria:notizie dal borgo
giovedì, 18 giugno 2009

  
http://gcesare.provincia.venezia.it/ragazzi/giochi/IMMAGINI/scacchi%20e%20dama03.jpg

Come mi è forse capitato di dire, sono una persona pochissimo visiva, anche se vedo i volumi e li apprezzo, mentre al tratto, al disegno, sono invece poco sensibile.

Nei test di intelligenza che compaiono ogni tanto sui giornali e quando sei in vacanza qualcuno ti mette sotto il naso e ti dice vediamo che punteggio fai, il test in cui si devono leggere i simboli lo canno quasi sempre e se non ci fossero gli altri farei la parte della deficiente.
Sul macbook sul quale sto scrivendo anche adesso, tra le applicazioni c’è la dama e devo dire, per tirarmi un po’ su, che tra me e il mac non c’è gara, vinco 9 a 1, e quando perdo è quasi sempre perché qualcosa mi distrae. Ma per onestà non posso nascondere che quando sono entrata in una sala giochi virtuale, dopo qualche performance penosa un giocatore mi ha scritto, vai altrove e non farci perdere tempo, e sono tornata al solitario.
Nelle prime partite badavo solo al movimento della pedina, finché mi sono accorta che la dama funziona per blocchi, che naturalmente sono visivi.
Mantenere i blocchi chiusi non si può fare se non avendo una visuale completa della scacchiera, prevedere come il blocco altrui si aprirà e impedire che l’avversario faccia incursioni nei tuoi blocchi aprendo falle nella tua strategia difensiva e indebolendo l’attacco,  prevede il controllo completo della visuale della scacchiera.
Andando avanti così, penso che in una decina d’anni riuscirò anche a leggere una piantina e a farla coincidere con la visuale parziale della strada in cui mi trovo.
Sperare sempre!
postato da: lalucedialcor alle ore 18/06/2009 13:58 | Permalink | commenti (2)
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